C’era un tempo in cui il sabato pomeriggio italiano aveva un ritmo preciso: il pranzo in famiglia, la partita in sottofondo, e poi, sul divano, la voce burbera ma affettuosa di nonno Felice che riempiva il salotto attraverso lo schermo del televisore. Andata in onda su Rai Uno nei primi anni Novanta, Nonno Felice rappresentò qualcosa di più di una semplice serie comica: fu uno specchio fedele di un’Italia in transizione, che stava perdendo le sue radici contadine e si aggrappava, con nostalgia e ironia, alla figura del vecchio saggio di casa.
La Forza del Personaggio
Al centro di tutto c’era lui, Felice, interpretato con straordinaria naturalezza da Aldo Giuffrè. Il personaggio incarnava un archetipo profondamente italiano: il nonno che sa tutto, ha vissuto tutto, e non si fa mettere i piedi in testa da nessuno — men che meno dai nipoti con le loro mode stravaganti e le loro idee “moderne.” Eppure, sotto la scorza di brontolone impenitente, batteva un cuore generoso, capace di tenerezza improvvisa nei momenti più inaspettati. Era questa contraddizione a renderlo umano, credibile, amato. La scrittura della serie aveva il merito di non trasformare Felice in una macchietta folkloristica. I copioni bilanciano la comicità situazionale con momenti di genuina riflessione, spesso innescati dal confronto intergenerazionale: i valori del passato contro le ambizioni del presente, la semplicità contro il consumismo emergente degli anni del boom post-Tangentopoli.
Un Ritratto di Famiglia
Nonno Felice funzionava anche come affresco corale della famiglia italiana allargata. I figli, i nipoti, la nuora — ciascun personaggio portava in scena una tensione diversa con la figura patriarcale, creando un meccanismo narrativo che si rinnovava episodio dopo episodio senza mai stancare. La casa era il set privilegiato, quasi un personaggio essa stessa: con la sua cucina sempre operativa, il tavolo apparecchiato, e quella televisione accesa in sottofondo che rimandava al mondo esterno senza mai davvero lasciarlo entrare. Questa scelta di ambientazione non era casuale. In un decennio in cui la fiction italiana stava scoprendo location sempre più esotiche e trame sempre più complesse, Nonno Felice scelse la strada opposta — e vinse. Il pubblico riconobbe in quelle stanze il proprio spazio domestico, i propri nonni reali, le proprie domeniche.
Il Posto nella Storia della TV Italiana
Guardando indietro, Nonno Felice si inserisce in una tradizione narrativa tutta italiana che va da I Ragazzi della 3ª C fino alle commedie familiari di Raiuno, passando per il filone del “personaggio anziano e scomodo” che la televisione pubblica ha sempre saputo valorizzare. La serie anticipò, in qualche modo, la riscoperta della narrazione lenta e affettiva che avrebbe caratterizzato certa fiction italiana degli anni Duemila. Non fu una serie rivoluzionaria dal punto di vista formale, né volle esserlo. La sua grandezza stava altrove: nella capacità di far sorridere senza ferire, di far riflettere senza predicare, di far sentire il telespettatore a casa — anche quando era già a casa.




