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Notorious B.I.G.: la storia di Biggie, il gigante del rap che conquistò gli anni ’90

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Ci sono artisti che hanno avuto una lunga carriera e sono riusciti, con il tempo, a costruire un posto importante nella storia della musica. E poi ci sono artisti come Notorious B.I.G., capaci di lasciare un segno indelebile in pochissimi anni.

Quando penso al rap degli anni ’90, al periodo in cui l’hip hop smise definitivamente di essere considerato soltanto un fenomeno di nicchia e diventò una delle forze culturali più importanti del mondo, il volto di Biggie è uno dei primi che mi viene in mente. Christopher Wallace, per tutti The Notorious B.I.G. o semplicemente Biggie, aveva una presenza che sembrava enorme ancora prima di diventare una superstar: il modo di parlare, la voce profonda, il modo di raccontare la strada e quella capacità incredibile di trasformare le proprie esperienze in storie che sembravano quasi film.

Biggie nacque a Brooklyn nel 1972 e crebbe in un ambiente molto lontano da quello delle grandi star che conosciamo oggi. La sua adolescenza fu segnata dalla realtà difficile del quartiere e da esperienze che avrebbero poi trovato spazio nella sua musica. Prima di diventare famoso, Wallace conobbe anche la vita di strada e lo spaccio di droga, una realtà che non cercò semplicemente di nascondere quando iniziò la sua carriera musicale, ma che trasformò in materia narrativa. Ed è proprio questo, secondo me, uno degli aspetti che rende ancora così particolare il suo modo di fare rap: Biggie non sembrava limitarsi a raccontare una storia, sembrava quasi portarti dentro quella storia.

Il suo talento arrivò all’attenzione di Sean Combs, allora conosciuto come Puff Daddy, che avrebbe avuto un ruolo fondamentale nella nascita della Bad Boy Records. Quando Biggie iniziò a muovere i primi passi nel mondo discografico, la scena hip hop americana stava vivendo una trasformazione enorme e soprattutto New York aveva bisogno di una nuova voce capace di riportare l’attenzione verso la East Coast. Biggie sembrava essere esattamente quella voce. Aveva tecnica, personalità e soprattutto una caratteristica che non si può insegnare: il carisma.

Nel 1994 arrivò il suo primo album, “Ready to Die”, e con quel disco il mondo scoprì davvero chi fosse Notorious B.I.G. Ancora oggi, riascoltandolo, rimango colpito dalla sua capacità di alternare momenti durissimi a brani più ironici, personali e accessibili. Biggie poteva parlare di criminalità, povertà, ambizione e morte e subito dopo trasformarsi in un personaggio completamente diverso, capace di raccontare feste, donne, successo e il nuovo stile di vita che la fama gli aveva regalato. Non era soltanto un rapper tecnico: era un narratore.

E probabilmente è proprio questa la parola che userei per descriverlo meglio: narratore. Biggie aveva una voce che sembrava fatta apposta per raccontare storie. Non aveva bisogno di urlare e non aveva bisogno di costruire continuamente un’immagine aggressiva. Bastavano il suo flow e quella voce profonda per catturare l’attenzione. Ascoltandolo, avevi quasi la sensazione che fosse seduto davanti a te e ti stesse raccontando quello che aveva vissuto.

“Juicy” rappresenta forse alla perfezione questa capacità. Il brano racconta il passaggio dalla povertà al successo e la sensazione di avercela finalmente fatta, ma senza cancellare quello che c’era stato prima. È una canzone che parla di sogni realizzati, ma anche della strada percorsa per arrivarci. E forse è proprio questo che l’ha resa così importante: dietro al successo di Biggie non c’era soltanto il desiderio di diventare ricco e famoso, ma il bisogno di dimostrare che era possibile uscire da una determinata realtà e costruirsi una vita completamente diversa.

Negli stessi anni, però, l’hip hop americano stava entrando in uno dei periodi più turbolenti della sua storia. La rivalità tra East Coast e West Coast diventò progressivamente sempre più accesa e al centro di questa contrapposizione finirono inevitabilmente Biggie e Tupac Shakur. Quella che avrebbe potuto essere semplicemente una rivalità musicale venne alimentata dai media, dalle dichiarazioni degli artisti e dall’ambiente che circondava le due scene, fino a diventare qualcosa di molto più grande.

La storia tra Biggie e Tupac è ancora oggi una delle vicende più controverse e affascinanti della storia dell’hip hop. Inizialmente i due si conoscevano e c’era anche una certa stima reciproca. Poi arrivarono incomprensioni, accuse, il famoso episodio del 1994 in cui Tupac venne ferito a colpi di pistola a New York e la convinzione, da parte sua, che Biggie e altri sapessero qualcosa dell’agguato. Da quel momento il rapporto cambiò completamente e la rivalità tra i due diventò uno dei simboli della guerra tra le due coste.

A posteriori, conoscendo come sarebbe finita questa storia, è difficile non provare una certa tristezza nel riascoltare i dischi di quegli anni. Il rap era diventato una macchina gigantesca, ma dietro le classifiche, i videoclip, le automobili, i gioielli e le copertine delle riviste c’erano persone reali che stavano vivendo una situazione sempre più pericolosa.

Tupac morì nel settembre del 1996, dopo essere stato colpito da diversi proiettili a Las Vegas. Aveva appena 25 anni. La morte di Tupac sconvolse il mondo della musica, ma la tragedia non sarebbe finita lì. Pochi mesi dopo, nella notte tra il 8 e il 9 marzo 1997, anche Biggie venne assassinato a Los Angeles, mentre stava tornando da una festa. Aveva soltanto 24 anni.

Ed è impossibile parlare di Notorious B.I.G. senza fermarsi su questo punto. La sua morte trasformò definitivamente la sua figura in una leggenda, ma personalmente trovo sempre un po’ inquietante il modo in cui spesso la storia della sua vita viene raccontata quasi come se la tragedia fosse inevitabile. Non lo era. Biggie aveva 24 anni, una carriera appena iniziata e un talento che avrebbe potuto accompagnarlo per decenni. Pensare a tutto quello che avrebbe potuto ancora realizzare rende la sua scomparsa ancora più assurda.

La cosa incredibile è che Biggie aveva pubblicato soltanto un album in vita. Il secondo, “Life After Death”, uscì nel marzo del 1997, poco dopo la sua morte, e diventò uno dei dischi più importanti della storia dell’hip hop. È un album enorme, ambizioso, pieno di collaborazioni e capace di mostrare tutte le sfaccettature dell’artista. Se “Ready to Die” aveva presentato al mondo Biggie, “Life After Death” mostrava cosa avrebbe potuto diventare.

E qui c’è forse il più grande rimpianto legato alla sua storia. Ascoltando “Life After Death”, viene naturale chiedersi dove sarebbe arrivato Biggie se fosse vissuto. Avrebbe continuato a dominare il rap? Avrebbe prodotto altri artisti? Avrebbe cambiato completamente stile? Avrebbe collaborato con generi diversi? Non possiamo saperlo. Possiamo soltanto ascoltare quello che ci ha lasciato.

Brani come “Hypnotize” e “Mo Money Mo Problems” mostrano un Biggie diverso rispetto agli inizi. Il ragazzo di Brooklyn è diventato una superstar, ma il suo modo di raccontare rimane riconoscibile. La voce è sempre quella, il flow è sempre impeccabile e soprattutto rimane quella capacità di trasformare ogni brano in una piccola scena cinematografica.

Per me è proprio questo il motivo per cui Notorious B.I.G. continua a essere così importante. Non è soltanto una leggenda perché è morto giovane e in circostanze tragiche. Se fosse stato un rapper mediocre, la sua morte avrebbe potuto trasformarlo in un personaggio mitologico per qualche anno, ma difficilmente avrebbe mantenuto lo stesso peso. Biggie è diventato una leggenda perché il talento era reale.

La sua influenza si sente ancora oggi. Tantissimi rapper hanno studiato il suo modo di utilizzare la voce, il flow, le pause e soprattutto la capacità di raccontare una storia senza perdere musicalità. Biggie riusciva a essere duro senza risultare monotono, ironico senza perdere credibilità e personale senza trasformare ogni canzone in un’autobiografia.

E poi c’è Brooklyn. È impossibile separare Biggie dalla sua città. Brooklyn non era semplicemente il luogo in cui era nato: era parte della sua identità artistica. In un periodo in cui il rap americano sembrava una gigantesca competizione tra città, etichette e gruppi, Biggie rappresentò New York con una forza straordinaria. Era la voce della East Coast e, insieme a pochi altri artisti, contribuì a definire il suono di quella stagione.

Quando penso agli anni ’90, quindi, penso anche a quei videoclip trasmessi su MTV, alle automobili enormi, alle catene d’oro, ai vestiti larghi, alle grandi rivalità dell’hip hop e a una musica che stava conquistando definitivamente il mondo. In mezzo a tutto questo c’era Biggie, con la sua figura imponente e quella voce impossibile da confondere.

La sua storia, però, non è soltanto quella di una superstar. È la storia di un ragazzo che è riuscito a trasformare una realtà difficile in musica, che ha conosciuto un successo enorme in pochissimo tempo e che proprio quando sembrava avere davanti a sé tutto il futuro possibile è stato ucciso.

Sono passati decenni dalla sua morte, ma quando parte “Juicy”, “Hypnotize” o “Big Poppa” succede ancora qualcosa di particolare. È come se il tempo si fermasse e per qualche minuto tornassimo nella New York degli anni ’90, quando il rap aveva ancora quell’energia ruvida e imprevedibile e un ragazzo di Brooklyn stava dimostrando al mondo di poter diventare una delle più grandi star della musica.

Notorious B.I.G. è morto a 24 anni, ma la sua musica non è mai diventata vecchia. Ed è forse questa la definizione migliore di una leggenda: non qualcuno che viene ricordato soltanto perché è morto troppo presto, ma qualcuno che, ancora oggi, basta ascoltarlo per capire immediatamente perché era speciale.

Deejay 90
Deejay 90
Sono stato un deejay professionista durante tutti gli anni 90. Parlo di musica e di tutto quello che ci gira intorno!

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