Molto è stato scritto sulla generazione X e sui film che la riguardano.
“Clerks” è così totalmente autentico che i suoi protagonisti non hanno mai sentito parlare della loro generazione.
Nel 1994 penso di essere uno dei pochi a vedere la pellicola al cinema, ricordo benissimo che eravamo in meno di dieci persone durante la visione. Ciò nonostante Clerks è (almeno per me) il cult movie per eccellenza degli anni 90 e della generazione X.
L’allora ventiquattrenne regista Kevin Smith mette in scena un mondo grottesco e surreale, volgare e geniale allo stesso tempo la sua prima pellicola con un budget di soli 27.575 dollari, guadagnandone però oltre tre milioni al botteghino.

Smith decide di girare il film strutturato nell’arco di una giornata, una giornata qualsiasi, di un personaggio basato su se stesso. Per realizzare il film, il regista mise in vendita la sua intera raccolta di fumetti per finanziare il film e chiese al suo datore di lavoro di poter usare il minimarket come set, anche se soltanto di notte.
Venti giorni senza dormire, lavorando di giorno e girando il film di notte e utilizzando il bianco nero, che oltre a costare meno rendeva più semplice scambiare la notte con il giorno e viceversa.
Quando si dice l’indipendenza creativa.
I protagonisti sono Dante Hicks (Brian O’Halloran) e Randal Graves (Jeff Anderson), due giovani che, abbandonato il college, si guadagnano da vivere come commessi sottopagati di un minimarket e di un noleggio di videocassette.
Altri due personaggi sono i due spacciatori Jay (Jason Mewes) e Silent Bob, quest’ultimo interpretato dallo stesso Kevin Smith, negli anni successivi, i due sono diventati protagonisti di due film, fumetti, cartoni animati e merchandising a go-go.

Dante, si sente una vittima, obbligato a venire a lavoro nel suo giorno libero, occasione nella quale nasce il tormentone «Io neppure dovevo essere qui!», devastati dai clienti e in bilico nel rapporto tra la sua attuale fidanzata Veronica (Marilyn Ghigliotti) e la mai dimenticata ex Caitlin (Lisa Spoonauer).
Dante: Quanti cazzi hai ciucciato? quanti? eh?
Veronica: Più o meno circa… trentasei
Dante: Cosa? Come sarebbe a dire più o meno circa? Ehi, aspetta, compreso me?
Veronica: Uhm… trentasette!
Dante: hai ciucciato trentasette cazzi!
Cliente: tutti in fila?
Randal, cinico e ironico, spende ben poco tempo nella videoteca, risponde ai clienti e preferisce prendersi gioco di loro, divertendosi, a suo modo.
Randal: Mi servirebbe una copia dei seguenti titoli: Vibratori al vento; Prepuzi in cappella; Sborra di fuoco; Sbattimelo ovunque, sbattilo lì; Puliscimi le tubature; Tette solenni parte II; Il tuo ca**o è il mio, io ce l’ho su; Culi calati; Sborration; Giochi di mano, giochi di puttano; Gargarismi indecenti; Aurora sborealis; Con enormi cazzi ad Harlem; poi Bramose di ca**o; Bramose di fica; Uomini soli 2; poi c’è Vaselina connection… sì, ah, poi Fregne pregne di cazzi II.
Il film funziona grazie ai dialoghi scritti da Smith, pungenti, volgari, ironici, cinici e demenziali, come quelli filosofici dedicati alla saga di Star Wars.
Nonostante tutte le premesse, il film inizialmente fu un disastro, quasi annunciato.
Ma durante una proiezione, uno degli spettatori, si rivelò un selezionatore dei film per il Sundance Film Festival, il quale fu entusiasta e invitò Smith a candidarlo.
Il seguito è storia, la Miramax, la casa di produzione di Harvey Weinstein distribuì il film e il passaparola fece il resto. Un film indie diventato mainstream grazie ai suoi spettatori.
In evidenza la colonna sonora, particolarmente ricca e include canzoni “alternative rock”, di band come i Soul Asylum, Alice in Chains, Bad Religiano, erano gli anni d’oro del Grunge in America.
Il film, deliziosamente politically incorrect, rimanda a una realtà americana provinciale e desolante, ben diversa da quella impomatata e vincente che spesso viene proposta agli spettatori dei cinema.
Il film, nonostante gli anni funziona ancora alla grande, dopo Clerks, Kevin Smith continuò a produrre film più o meno di successo, ma di questo parlerò in futuro, anche perchè «Io neppure dovevo essere qui!».




