Un film generazionale da vedere e rivedere e nel malaugurato caso non l’abbiate mai visto, da mettere nella vostra lista dei preferiti.
Trainspotting uscito nel 1996 e diretto da Danny Boyle, con Ewan McGregor, Ewen Bremner, Jonny Lee Miller, Robert Carlyle, Kelly Macdonald, Kevin McKidd.
Tratto dal romanzo omonimo di Irvine Welsh del 1993, il film diventò ben presto simbolo degli Anni 90, aprendo una finestra immensa su un mondo troppo sotteso, raccontando con humor nero i disagi e le disgrazie di una generazione soffocata dalla modernità e rifugiata nello sballo dell’eroina.
Ambientato a Edimburgo, ma girato quasi completamente a Glasgow, racconta la storia di cinque ragazzi scozzesi: Mark Renton, Sick Boy, Spud, Francis Begbi e Tommy. A parte Begbie e Tommy, tutti eroinomani, che vivono di truffe e furti per guadagnarsi la loro dose giornaliera. Tutti hanno un urgente bisogno di aiuto: il primo è costretto a rubare per avere qualcosa da mangiare, sfogando il suo dolore nella droga, il secondo invece è un alcolizzato, Spud è ormai dipendente dall’eroina, così come Sick Boy. Infine c’è Tommy, che ha una strana fobia per le gite fuori porta all’aperto.
Il film è diventato ben presto un cult e nel 1999, il British Film Institute l’ha inserito al decimo posto della lista dei migliori cento film britannici del XX secolo. Iconica anche la colonna sonora con i brani di Iggy Pop, Brian Eno, Lou Reed, Primal Scream, New Order, Blur, Underworld, Joy Division e David Bowie.
La mia parte preferita? Il monologo finale.
Nulla è cambiato dal 1996. I lettori CD, gli apriscatole elettrici e motorini di avviamento sono scomparsi, sostituiti da smartphone maledettamente grandi, social e intrattenimento personalizzato.
I beni di consumo sono più performanti, lucidi, sottili ma la natura rimane la stessa. Siamo incastrati ora come allora nel paradosso del consumo, semplicemente adesso apriamo TikTok per illuderci che non sia così.
Quello che appare oggi è che il monologo finale di Renton possa essere riciclato all’infinito.




