Ricordo perfettamente la prima volta che ho visto The Truman Show e pensavo che Jim Carrey fosse solo quello di Ace Ventura.
E invece, ecco che mi ritrovo davanti a un film che non solo mi ha spiazzato, ma ha scavato dentro una domanda che ancora oggi, a distanza di anni, continua a farmi compagnia: quanto della nostra vita è davvero “nostra”?
Uscito nel 1998 e diretto da Peter Weir, The Truman Show è uno di quei film che si piantano in testa e non se ne vanno più. Racconta la storia di Truman Burbank, un uomo che vive una vita apparentemente normale in una cittadina perfetta, ma che scopre – poco a poco – che tutto ciò che lo circonda è una gigantesca messa in scena. Truman è il protagonista inconsapevole di un reality show globale, seguito 24 ore su 24 da milioni di spettatori sin dalla nascita. Ogni persona nella sua vita è un attore. Ogni luogo, un set. Ogni evento, un copione.
Visto oggi, The Truman Show sembra quasi profetico. All’epoca, il Grande Fratello (quello televisivo) doveva ancora arrivare, e i social network non erano nemmeno nei sogni più ambiziosi di qualche nerd di Palo Alto. Eppure, il film già parlava di voyeurismo di massa, di manipolazione dell’identità, di libertà che si confonde con l’illusione del controllo.
Ciò che mi colpisce ogni volta che lo rivedo è quanto il mondo di Truman assomigli sempre di più al nostro. Non siamo forse anche noi intrappolati in una gigantesca vetrina digitale? Non mettiamo in scena ogni giorno una versione editata di noi stessi, tra filtri, like e stories? E soprattutto: chi è il regista della nostra vita?
Ed Harris, nei panni del demiurgo Christof, è inquietante nella sua calma. Ama Truman come una creatura, ma lo tiene prigioniero in una gabbia dorata. Lo protegge, dice, ma lo priva della verità. E forse è questa la parte più disturbante del film: l’idea che anche chi ci ama possa farlo a modo suo, fino al punto da impedirci di essere davvero liberi.
E poi c’è il momento che tutti ricordiamo: quella barca, quella finta tempesta, quel cielo che si squarcia per mostrare la verità. Truman arriva al confine del mondo, lo tocca con mano, e decide. Saluta. Con quella frase ormai entrata nella storia del cinema: “E nel caso non vi rivedessi, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!”
Quella porta che si apre su un ignoto autentico mi ha sempre fatto venire i brividi. Perché The Truman Show, alla fine, è un film sulla libertà. Sulla scelta di abbandonare ciò che ci è comodo, familiare, perfettamente curato, per cercare qualcosa che non conosciamo. Qualcosa di vero.
In un’epoca in cui tutto è visibile, condivisibile, registrabile, Truman ci ricorda che esiste ancora uno spazio privato, sacro, tutto nostro: quello in cui scegliamo di essere noi stessi, anche se nessuno ci guarda.
E forse, ogni tanto, vale la pena chiederselo: siamo spettatori… o protagonisti?




