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IN VIAGGIO NEL TEMPO (QUANTUM LEAP)

Ci sono serie tv che non sono innovative. Sono serie che apparentemente non osano, né per quanto riguarda l’estetica, né per la costruzione drammatica del racconto o per i temi trattati. Eppure, alcune di queste, pur restando piuttosto standard per l’epoca in cui vengono prodotte, hanno la capacità di divenire veri e propri cult.

Se in una discussione tra appassionati di serie cito “Un medico tra gli orsi” nessuno, e sottolineo, nessuno storcerà il naso dicendo che non gli è piaciuta. Al contrario vedrete nel vostro interlocutore accendersi negli occhi quella luce che è tipica di chi scopre che non è l’unico ad aver amato un telefilm che apparentemente la maggior parte delle persone non ricorda. Così è per “Quantum Leap”, serio culto che, se lo andiamo ad analizzare con l’occhio freddo del critico, non ha apparentemente nulla da dare.

Ha una regia piuttosto standard e televisiva, figlia della fine degli Anni 80. Ha effetti speciali piuttosto basici (anche se efficaci) in linea con i budget delle produzioni dell’epoca. Nemmeno l’idea è originale, visto che è presa pari pari da una serie degli Anni 60 intitolata Time Tunnel e da noi ribattezzata Kronos, sfida al passato.

E allora perché ogni volta che si cita “Quantum Leap” tutti ne parlano con entusiasmo.

Beh, a mio avvisto per due motivi. Uno: le sceneggiature, piccoli gioielli di scrittura che grazie all’escamotage del prendere possesso del corpo di un’altra persona da parte del protagonista, permettevano agli autori di esplorare tutti i temi universali che sono poi alla base di ogni buon racconto. Ma tutto questo non sarebbe stato abbastanza senza l’altro motivo: l’interpretazione di due attori come Scott Bakula e Dean Stockwell.

Bakula dona al personaggio di Sam Beckett un’umanità ed un’empatia straordinaria, tanto che è impossibile non amarlo in questa parte. Mentre l’immenso Dean Stockwell che rende Al, quella simpatica canaglia che vorremmo tutti come amico.

E poi c’è il finale, che perfettamente in linea con lo spirito della serie è poetico come è giusto che sia e quindi non dà al pubblico quello che vuole, ma quello di cui ha bisogno. Ripensandoci adesso, adesso, questa serie vale la visione di tutte e quattro le stagioni anche solo per il finale!

 

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