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“Hulkamania è per sempre”: Addio a Hulk Hogan, l’eroe che ci ha insegnato a credere nei giganti

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Il mondo ha perso una leggenda, non solo per gli amanti del wrestling, ma per chiunque sia cresciuto con una bandana gialla sulla testa, una maglietta strappata al rallentatore e la voce rauca che urlava “Whatcha gonna do when Hulkamania runs wild on you?!”.

Oggi diciamo addio a Terry Bollea, in arte Hulk Hogan. Ma in realtà, è come se ci stessimo separando da una parte della nostra infanzia, della nostra fantasia, e, per molti di noi, anche di noi stessi.

Il wrestling: il ring era il suo regno

Hulk Hogan non era solo un wrestler. Era IL wrestler. Era il volto, il braccio e il cuore pulsante di un’era d’oro. Quando salivi sul ring contro Hogan, sapevi che stavi entrando nella leggenda. Che fosse contro André the Giant, Ultimate Warrior, Macho Man Randy Savage o The Rock, ogni suo match era un evento. Una cosa epica. Ricordate WrestleMania III? Quel body slam su André? Era come vedere Ercole sollevare un monte.

Per molti bambini degli anni ’80 e ’90, il wrestling non era solo uno sport o uno show: era magia pura. E Hulk Hogan ne era il mago supremo.

Gli anni ’90: la trasformazione del mito

Gli anni ’90 segnarono una nuova fase nella carriera di Hogan, forse la più sorprendente e coraggiosa. Dopo aver dominato la WWF negli anni ’80 come simbolo dei buoni valori, Hulk decise di voltare pagina. Con il passaggio alla WCW, il mondo vide qualcosa di impensabile: Hulk Hogan diventare “cattivo”. Nasceva così l’Hollywood Hogan, fondatore della leggendaria nWo (New World Order), il gruppo che cambiò per sempre il modo di fare wrestling.

Per molti fu uno shock: il nostro eroe in giallo e rosso vestito ora di nero, con barba tinta e occhiali scuri. Ma quella svolta narrativa fu geniale. Hogan seppe reinventarsi, abbracciando le nuove sensibilità di un pubblico che stava crescendo, diventando più disilluso, più affamato di storie complesse. E lui, da maestro dell’intrattenimento, seppe guidare anche questa rivoluzione. La sua presenza alla WCW rese il lunedì sera una guerra vera e propria tra federazioni, tra tifosi, tra visioni del wrestling. E, ancora una volta, Hulk era al centro del ciclone.

Hogan al cinema: quando i muscoli incontrarono il grande schermo

Hulk Hogan era ovunque. Non solo nei pay-per-view, ma anche nei cinema e nei salotti di casa. Film come Mr. Nanny, Suburban Commando (in Italia Un astronauta alla casa bianca), o No Holds Barred (conosciuto da noi come Il temerario) ci facevano ridere, sognare, e anche un po’ sentire più forti. Non erano capolavori, certo, ma chi se ne fregava? C’era Hogan. E tanto bastava.

In quei film era sempre il duro dal cuore tenero, il gigante buono che alla fine salvava tutti. Un archetipo che conoscevamo già dal ring, ma che ci piaceva vedere anche in tuta da astronauta o in veste di babysitter muscoloso. Hogan ci faceva capire che non serviva essere perfetti per essere eroi. Bastava essere sinceri, giusti, e… alzare il bicipite al momento giusto.

Giocattoli, poster, cartoni animati: l’era dell’Hulkamania

Chi era bambino in quegli anni si ricorda bene. Avevamo i pupazzetti snodabili della Hasbro, il ring di plastica su cui facevamo scontrare Hogan con gli altri lottatori, anche se vinceva sempre lui. Avevamo gli adesivi, le merendine con la sua faccia, le t-shirt con scritto “Train, Say Your Prayers, Eat Your Vitamins” — una sorta di codice morale che sembrava scolpito nella roccia.

E poi c’era il cartone animato, Hulk Hogan’s Rock ‘n’ Wrestling. Lui diventava un personaggio dei fumetti, guidava una squadra di “buoni” contro i “cattivi” della WWF. In un’epoca pre-Internet, era un modo per tenere Hogan sempre con noi, anche quando non c’erano match o film.

Un’icona che ha superato i confini del tempo

Negli anni, Hogan ha vissuto alti e bassi, come ogni essere umano, ma il suo mito è sempre rimasto. Lo abbiamo visto reinventarsi, passare al lato oscuro nell’NWO, diventare leggenda nella Hall of Fame, e infine diventare memoria collettiva. E ora che ci ha lasciati – anche se fa male scriverlo – sappiamo che non se ne andrà mai davvero.

Perché Hogan non era solo muscoli e baffi biondi. Era un simbolo. Era il sogno americano con la bandana. Era quel senso di giustizia che ci faceva credere che il mondo potesse essere diviso in buoni e cattivi, e che i buoni, alla fine, potessero vincere.

Grazie, Hulk. Per le emozioni, i sogni, le risate, e per averci fatto credere che con un po’ di fede, sudore e amicizia, si potesse davvero spaccare il mondo.

Rest in power, Hulk Hogan. La tua leggenda non morirà mai.

Whatcha gonna do, Heaven, when Hulkamania runs wild on you?

Redazione
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