C’è una cosa che ancora oggi riesce a farmi sorridere con la stessa ingenuità di quando avevo dieci anni: il suono dell’accensione di un Game Boy. Quel piccolo bip accompagnato dalla schermata Nintendo mi catapulta indietro nel tempo, agli anni ’90, quando tutto quello che desideravo stava nel palmo di una mano. Letteralmente.
Il mio primo amore: il Game Boy “mattoncino”
Il Game Boy originale uscito nel 1989, quello grigio, grosso, con lo schermo verdognolo e i tasti viola, è stato il mio primo contatto con il mondo dei videogiochi portatili. Ricordo ancora la scatola, l’odore della plastica nuova, e quel Tetris incluso che avrebbe definito interi pomeriggi. Sì, perché bastavano quattro pile stilo e la magia cominciava.
Niente Wi-Fi, niente salvataggi in cloud, niente aggiornamenti. Solo tu, la tua cartuccia e l’immaginazione. C’era qualcosa di speciale nel modo in cui ti immergevi: i limiti tecnici diventavano stimoli per la fantasia.
Il passaggio al colore: Game Boy Color
Quando uscì il Game Boy Color, il salto sembrò gigantesco. Improvvisamente i mondi che prima erano in bianco e nero prendevano vita. Ricordo quanto ci sembrò incredibile vedere Link vestito di verde in The Legend of Zelda: Link’s Awakening DX. Non era solo un aggiornamento tecnico, era come se la nostra infanzia stesse crescendo con noi.
Il Game Boy Color era più compatto, più moderno, e per me era sinonimo di Pokémon. Pokémon Giallo fu una rivoluzione. Portarsi dietro Pikachu che ti seguiva ovunque (sullo schermo e nella realtà) trasformava un viaggio in macchina in un’avventura.
Il Game Boy Pocket e gli amici
Nel mezzo, c’era anche il Game Boy Pocket, più piccolo, più leggero e con uno schermo finalmente più nitido. Quello lo aveva il mio migliore amico, e ogni tanto lo scambiavamo. Era il periodo dei cavi link, delle lotte Pokémon tra banchi di scuola, dei foglietti con i codici dei trucchi per Super Mario Land 2. Ci sentivamo piccoli hacker, esploratori di un mondo segreto.
Ancora oggi ho quel vecchio Game Boy. Funziona, anche se ha i segni del tempo e qualche pixel morto. A volte lo accendo solo per sentire quel suono iniziale. Mi ricorda quando il tempo scorreva più lentamente e ogni gioco era una scoperta.
I Game Boy degli anni ’90 non erano solo console. Erano compagni di viaggio, rifugi portatili, portali per altri mondi. E chi ha vissuto quegli anni lo sa: nessun touch screen, per quanto moderno, potrà mai restituire quella sensazione di premere i tasti A e B come se la vita dipendesse da loro.
