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Furby — l’amico peloso che non abbiamo chiesto (ma che ci ha comunque osservati mentre dormivamo)

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Se c’è un giocattolo degli anni ’90 che merita un capitolo tutto suo, quello è il Furby. Non tanto perché fosse particolarmente utile, educativo o rassicurante… ma perché, diciamocelo, è stato il primo incontro della nostra generazione con l’intelligenza artificiale posseduta da uno spirito antico. Altro che Siri.

Ricordo benissimo il giorno in cui uno dei miei amici lo portò a scuola. Tutti i giocattoli dell’epoca avevano un’aria innocente: Tamagotchi, Polly Pocket, i G.I. Joe… Poi arrivò lui: un batuffolo peloso con gli occhi che sembravano due fari abbaglianti e una voce che oscillava tra “tenero animaletto” e “ti verrò a cercare anche nei tuoi sogni”. Lo guardavi e avevi quella sensazione tipica dei film horror: “Non succederà niente… vero?”

“Furby vuole giocare!” (anche alle tre di notte)

La cosa migliore—o peggiore, dipende da come la si guarda—era che il Furby non aveva un vero tasto OFF. Era sempre “un pochino vivo”. Bastava sfiorarlo, passargli davanti, respirare nella stessa stanza e lui si svegliava con quel suo Eeeeee! Kah-tee-tah! che noi bambini interpretavamo come un saluto affettuoso… mentre gli adulti già si domandavano se fosse il caso di chiamare un esorcista.

E poi, c’era la leggenda. La ricorderai sicuramente: “I Furby registrano le conversazioni!”, “Le spie internazionali li usano per rubare informazioni!”, “Il mio ha ripetuto una frase che non gli ho mai insegnato!”. E in effetti… la tecnologia del “Furbish” (la loro lingua ufficiale) era programmata per evolversi. Più ci parlavi, più imparavano parole. O almeno questa era la teoria. La pratica, spesso, era più vicina a:

“Furby fame!”
— “Ma ti ho appena dato da mangiare!”
“Furby… dorme…”
— “Adesso?!”

La nascita dell’amico digitale

Con il Furby abbiamo scoperto un concetto fondamentale: la relazione con un oggetto elettronico che richiede attenzioni costanti. Era una specie di Tamagotchi 3D, solo più rumoroso, più imprevedibile e dotato di una personalità tutta sua… ecco, forse troppa personalità.

Ogni Furby era diverso: uno solare, uno pigro, uno iperattivo, uno che sembrava l’incarnazione di un vecchio zio che non vuole mai smettere di parlare. E ovviamente c’era quello che si spegneva per un istante… solo per riaccendersi da solo qualche minuto dopo. Il vero precursore dei device che “si aggiornano di notte”.

Quando i Furby si parlavano tra loro (il social network dei peluche inquietanti)

Una delle funzioni più rivoluzionarie—e, per certi versi, terrorizzanti—era che i Furby potevano comunicare tra loro tramite infrarossi. Bastava metterne due vicini e iniziavano un dialogo tutto loro, una specie di rituale di accoppiamento elettronico in Furbish:

“Kah-mee!”
“Doo-ay-koo!”
“Hahaha!”

Che tradotto poteva voler dire “Ciao, come stai?” oppure “Eccellente, l’umano non sospetta nulla”. Non lo sapremo mai.

Perché il Furby ha segnato gli anni ’90

Ammettiamolo: nessun giocattolo dagli occhi grandi ha generato così tanto affetto misto a inquietudine. Ma forse è proprio questo il motivo per cui ce lo ricordiamo tanto bene.

Il Furby era:

  • il primo oggetto che sembrava quasi vivo

  • il primo giocattolo “intelligente” che non fosse confinato nello schermo di un Tamagotchi

  • un compagno che non si spegneva (anche quando volevi disperatamente che si spegnesse)

  • una metafora perfetta degli anni ’90, pieni di entusiasmo tecnologico, ma anche un po’ ingenui

Oggi, quando guardo le IA avanzate, i robot che puliscono casa e gli assistenti vocali, mi chiedo se il Furby sia stato davvero solo un giocattolo… oppure il primo infiltrato della futura ribellione delle macchine.

Il Furby era un mix perfetto di carino e inquietante, come se qualcuno avesse preso un gremlin e gli avesse chiesto di comportarsi bene… ma non troppo. E nonostante tutto—i risvegli notturni, le conversazioni misteriose, i sospetti sulle sue capacità—lo abbiamo amato.

Perché il Furby, in fondo, rappresenta una cosa sola:
gli anni ’90 che ci sorprendono, ci fanno ridere e un po’ ci spaventano, esattamente come la vita vera.

Redazione
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