Spot pubblicitario della SMEMORANDA con Aldo, Giovanni e Giacomo uscito nel 1994.
Quando ripenso agli anni di scuola, tra zaini pesanti e compiti all’ultimo minuto, c’è un oggetto che spicca con un’aura tutta sua: la Smemoranda. Non era solo un diario, era il mio rifugio segreto, la mia agenda disordinata, la mia confidente. Ogni pagina era un piccolo universo dove si mescolavano compiti, citazioni, scarabocchi, biglietti del cinema e dediche degli amici.
La Smemo, come la chiamavamo tutti, non seguiva mai un ordine. Ogni giorno poteva cominciare con una frase di Gaber, finire con un disegno di Altan e nel mezzo contenere i miei pensieri più assurdi o profondi. Era come se parlasse la nostra lingua: ironica, disillusa, un po’ incasinata ma autentica. E c’era sempre spazio per un sogno, una battuta o una canzone.
Oggi, sfogliandola, ritrovo me stesso adolescente, con tutte le mie incertezze e i miei slanci. La Smemoranda non era perfetta — e nemmeno io — ma forse per questo ci siamo sempre capiti.
Era molto più di un diario. Era una memoria viva. E in fondo, lo è ancora.
