C’era un tempo in cui Internet non era una presenza costante, ma un appuntamento. L’appuntamento con il modem. Quel piccolo scatolotto grigio, con le lucine che lampeggiavano come in una discoteca per lombrichi, era la nostra porta verso un mondo nuovo, misterioso e rumorosissimo.
Già, perché il modem non si collegava in silenzio: cantava. O meglio, emetteva quella sinfonia di fischi, fruscii e gracchi che oggi suonano come rumore bianco, ma allora erano pura emozione. Era il suono dell’attesa, il jingle della speranza: se la connessione riusciva, ti sentivi un hacker della NASA; se cadeva, bestemmiavi in dialetto.
Collegarsi significava occupare la linea telefonica. Ogni “mi serve il telefono!” urlato dalla mamma equivaleva a un avviso di sfratto digitale. E poi c’erano le tariffe orarie: con la bolletta si giocava alla roulette russa del portafoglio. Bastava mezz’ora di chat su IRC o un download di una foto da 300 KB per far tremare i genitori più del voto in matematica.
L’Italia degli anni ’90 scopriva Internet in modo timido e ingenuo. I primi siti sembravano volantini di sagre, con scritte lampeggianti e sfondi pieni di stelline. Ma dentro quella lentezza c’era il fascino dell’esplorazione. Ogni clic era una conquista, ogni email una lettera che valicava mondi.
E in fondo, forse quella lentezza aveva un suo perché. Ti obbligava a scegliere, ad aspettare, a dare valore a ogni secondo online. Oggi ci lamentiamo se un video non parte in tre secondi. Allora, in tre minuti, sapevamo già se potevamo permetterci di restare collegati o no.
Certo, oggi nessuno tornerebbe davvero a quel modem gracchiante. Ma chi l’ha vissuto conserva dentro di sé un piccolo ricordo affettuoso: la magia di un tempo in cui Internet entrava piano piano nelle case italiane, fischiettando in 56k.




