Ci sono gruppi che non si limitano a fare musica, ma riescono a catturare lo spirito di un’intera generazione. Per me, i Blur sono uno di quei gruppi.
Non solo perché hanno scritto alcune delle canzoni più belle degli anni ’90, ma perché hanno rappresentato, con ironia e intelligenza, un pezzo di identità culturale che ancora oggi mi porto dietro.
L’inizio di tutto: Leisure (1991)
Il primo incontro con i Blur è stato un po’ casuale, come spesso succede con le cose importanti. Era il 1991, e la scena musicale britannica stava ancora metabolizzando gli ultimi colpi del post-punk. Il loro primo album, Leisure, aveva dentro qualcosa di acerbo ma anche già riconoscibile: quella miscela tra malinconia e leggerezza che sarebbe diventata la loro firma. “She’s So High” e “There’s No Other Way” erano brani catchy, un po’ psichedelici, con il groove giusto. Ma era solo l’inizio.
Il britpop esplode: Modern Life is Rubbish (1993)
Con Modern Life is Rubbish il gioco si fa serio. I Blur smettono di rincorrere l’America e iniziano a guardarsi dentro, dentro l’Inghilterra, dentro Londra, dentro la working class, le periferie, i pub, i treni. “For Tomorrow” sembra un film di Ken Loach che si trasforma in pop. È qui che Damon Albarn inizia a imporsi come uno dei migliori narratori in musica della vita quotidiana britannica, in bilico tra critica sociale e affetto sincero.
Parklife (1994): l’epifania
Poi arriva Parklife e tutto cambia. I Blur diventano il volto del britpop, anche se loro, con il solito sarcasmo, ne sono sempre rimasti un po’ fuori. Ma è inevitabile: “Girls & Boys”, “End of a Century”, “Parklife” (con il mitico monologo dell’attore Phil Daniels) diventano inni generazionali. L’album è un collage brillante della società inglese, ironico, spigoloso, eppure pop fino al midollo. Ricordo ancora la prima volta che ho sentito “This is a low”: è come se l’Inghilterra ti parlasse da una radio dimenticata sulla Manica.
La rivalità con gli Oasis e The Great Escape (1995)
Impossibile parlare dei Blur anni ’90 senza nominare la famigerata faida con gli Oasis. Nel 1995, Country House dei Blur e Roll With It degli Oasis escono lo stesso giorno. Vince Country House, ma la “guerra” resta nella memoria collettiva come uno dei momenti più iconici della musica britannica. The Great Escape, l’album che lo contiene, è un disco più cinico, meno immediato di Parklife, ma pieno di gioielli come “The Universal” e “He Thought of Cars”. Più cupo, forse, più consapevole. E in fondo, più vero.
L’evoluzione e la rottura: Blur (1997)
Il 1997 segna un nuovo cambio di rotta. Il disco omonimo, Blur, rompe con il passato: l’estetica britpop lascia spazio a suoni più sporchi, più americani, più “lo-fi”. È qui che nasce “Song 2”, la loro canzone più famosa nel mondo, ma anche la più fraintesa. I Blur, che prendevano in giro l’estetica grunge, si ritrovano inaspettatamente adottati da MTV come campioni del noise rock. L’album è però molto di più: “Beetlebum” è un capolavoro, una canzone di droghe e amore e malinconia; “On Your Own” anticipa i suoni dei Gorillaz; “Strange News From Another Star” è pura bellezza aliena.
13 (1999): l’amore, la fine
Alla fine del decennio, arriva 13, l’album più personale, doloroso e visionario della band. Damon si lascia con Justine Frischmann (degli Elastica), e il disco ne è pieno, come un diario strappato. “Tender”, “Coffee & TV”, “No Distance Left to Run” sono canzoni che non si dimenticano, perché parlano d’amore senza cliché, con una verità disarmante. Musicalmente, è un lavoro ricco, sperimentale, psichedelico. I Blur qui sono un’altra cosa, lontani da ciò che erano, ma ancora capaci di sorprendere.
I Blur hanno sempre avuto un talento raro: cambiare pelle senza perdere l’anima. Dalla psichedelia anni ’60 alla tradizione pop inglese, dal punk al lo-fi, dal dub all’elettronica. Hanno pescato da Bowie, dai Kinks, dai Beatles, ma anche dai Wire, dai Pavement, dai Cure. E hanno restituito al mondo una musica che era allo stesso tempo familiare e nuova, personale e collettiva.
Gli anni ’90 senza i Blur sarebbero stati meno intelligenti, meno poetici, meno divertenti. Ogni loro disco racconta una fase diversa della loro (e della nostra) crescita. E riascoltarli oggi, a distanza di decenni, è come sfogliare un vecchio album di fotografie: un po’ sbiadite, forse, ma ancora capaci di far battere il cuore.
