Gli anni ’90 sono stati un decennio strano: da una parte avevamo Internet che faceva “ti-duuuuu-bip-bip-krshhh”, dall’altra immaginavamo un futuro fatto di città oscure, hacker misteriosi, robot ribelli e gente che si muoveva nella realtà virtuale come se fosse una passeggiata al parco.
In pratica: il cyberpunk.
E noi ci credevamo fortissimo.
Se oggi il cyberpunk è diventato quasi una moda estetica (tubi al neon, occhiali a specchio, capelli colorati e foto fatte sotto i cartelloni pubblicitari a Tokyo), negli anni ’90 era una filosofia di vita:
il futuro sarebbe stato strano, pericoloso, pieno di cavi e assolutamente fichissimo.
Internet: il nostro primo portale nel “cyberspazio”
Il cyberpunk parlava di hacker che entravano nelle reti come ninja virtuali, affrontavano IA, violavano sistemi governativi e rubavano dati con la sola forza della tastiera.
Noi… ci iscrivevamo alle chat di Yahoo con nickname tipo “DarkAngel93”.
Era un’epoca in cui ogni collegamento sembrava un’avventura futuristica.
Il modem 56k non era un apparecchio, era una porta verso un altro mondo — anche se entravi in quel mondo a 5 kb al secondo.
E ogni volta che aprivi una pagina web “pesante” (cioè con una GIF animata) ti sentivi già un po’ hacker del futuro.
Internet negli anni ’90 era così:
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lento,
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rumoroso,
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rudimentale,
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inesplorato,
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eppure incredibilmente cyberpunk.
Altro che cyberspazio. Era più un cyber-corridoio, ma ci sembrava infinito.
Le prime chat: dove diventavamo tutti protagonisti di un romanzo cyberpunk… più o meno
Nei racconti cyberpunk gli hacker avevano nomi pazzeschi:
Case, Trinity, Razor, Neo…
Noi invece ci chiamavamo “Goku93”, “SailorSerena90” o “Sk8Boy_ITA”.
Però nelle chat anonime, con lo sfondo nero e il font verde, ci sembrava davvero di vivere in un film distopico:
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nessuno sapeva chi fossi veramente,
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il mondo reale era lontano,
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e potevi parlare con persone dall’altra parte del pianeta (o del quartiere, ma era comunque esotico).
Era una specie di Matrix in formato ridotto, dove l’agente Smith era il papà che entrava in camera dicendo: “Chiudi tutto, devo telefonare”.
Matrix (1999): l’apice del cyberpunk pop
Gli anni ’90 non potevano chiudersi senza un colpo di scena: Matrix.
Il film che ci ha definitivamente convinti che:
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la realtà fosse un’illusione,
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le macchine ci controllassero,
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i trench neri fossero l’apice dell’eleganza,
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e che schivare le pallottole fosse un’abilità esercitabile in cortile.
Per due anni tutti abbiamo provato a replicare il “bullet time” inclinando la testa all’indietro, ottenendo come risultato principale… mal di schiena.
Matrix è stato il capolavoro che ha trasformato il cyberpunk da genere “di nicchia” a cultura pop di massa.
Era oscuro ma cool, complesso ma comprensibile, filosofico ma pieno di botte.
E noi ne siamo stati conquistati.
Ghost in the Shell e l’anime cyberpunk: dove il futuro era bellissimo e deprimente
Mentre l’Occidente sognava hacker con occhiali neri, il Giappone negli anni ’90 inventava buona parte dell’estetica cyberpunk moderna:
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Ghost in the Shell (1995),
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Serial Experiments Lain (1998),
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Akira (fine anni ’80 ma onnipresente nei ’90).
Questi anime erano talmente futuristici che noi, abituati alle tartarughe ninja e ai Pokemon, li guardavamo con la bocca aperta, senza capire bene:
“È un robot? È un umano? È entrambe le cose?!? Perché parla così lentamente? Perché c’è sempre la pioggia anche dentro gli edifici?!”.
Eppure ci affascinavano.
Ci sembravano provenire da un futuro che forse non avremmo mai visto, ma che avremmo voluto visitare.
Magari con un ombrello migliore.
La tecnologia reale degli anni ’90: decisamente MENO cyberpunk
Mentre nei film e negli anime si parlava di IA evolute, innesti cibernetici e reti globali, noi eravamo alle prese con:
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floppy disk che si smagnetizzavano se guardavi male la calamita,
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joystick che sembravano usciti da un laboratorio sovietico,
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walkman che mangiavano le cassette,
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Windows 95 che crashava appena aprivi due finestre insieme.
Eravamo pronti a combattere le corporazioni malvagie nel cyberspazio, ma non a far partire la stampante senza un sacrificio alla divinità dei driver.
Eppure proprio questo divario tra realtà e fantasia rendeva il cyberpunk irresistibile: sembrava a portata di mano, ma ancora abbastanza lontano da essere magico.
Perché il cyberpunk piaceva così tanto negli anni ’90?
Semplice:
perché gli anni ’90 erano il decennio in cui il futuro stava arrivando… ma in modalità demo.
E noi eravamo nel mezzo:
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abbastanza moderni per immaginarlo,
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abbastanza analogici per non capirlo fino in fondo.
Il cyberpunk era il nostro sogno:
colorato, oscuro, tecnologico, pericoloso, brillante.
Un futuro dove potevi essere chi volevi, potenziarti con la tecnologia, combattere sistemi oppressivi e vivere in un mondo pieno di neon e misteri.
Invece nella vita reale dovevamo chiedere il permesso per collegarci a Internet.
La verità è che il cyberpunk degli anni ’90 non era fantascienza. Era un sentimento.
Era l’idea di un futuro che stava per travolgerci, di una tecnologia che avrebbe cambiato tutto, di un mondo più veloce, più digitale, più complesso.
Un mondo che stavamo iniziando a intravedere dagli schermi CRT.
E forse, a pensarci bene, un po’ ci aveva visto lungo:
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città saturate di schermi,
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dipendenza digitale,
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identità virtuali,
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intelligenze artificiali sempre più “autonome”,
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confini tra reale e digitale sempre più sottili.
Certi giorni sembra che noi siamo finiti dentro un anime di Lain senza accorgercene.
