C’era una volta e quella volta era un pomeriggio di dicembre, probabilmente con il termosifone che sfrigolava e il televisore ancora con il telecomando appoggiato sul bracciolo del divano, ecco a voi Fantaghirò.
Andata in onda per la prima volta nel 1991 su Rai Uno, la serie fantasy diretta da Lamberto Bava non era semplicemente uno sceneggiato natalizio. Era un evento. Era quella cosa per cui si rimandava la cena, si litigava con i fratelli per il telecomando e si sognava ad occhi aperti per settimane.
Una Principessa Diversa da Tutte le Altre
Fantaghirò arriva in un’epoca in cui le principesse delle fiabe facevano essenzialmente tre cose: aspettare, soffrire, e aspettare ancora. Lei no. Interpretata da una meravigliosa Alessia Marcuzzi nei primi due capitoli e poi da Katia Kezich, Fantaghirò combatteva, si travestiva da maschio, prendeva decisioni e scandalo assoluto per l’epoca, andava a cercarsi l’amore invece di aspettarlo seduta su un trono.
Per una generazione di bambini degli anni ’90, quella era rivoluzione pura. Travestita da cavaliere, capelli rossi al vento, spada in pugno: Fantaghirò era il personaggio che tutti volevano essere, maschi e femmine senza distinzione.
Tarabas e la Lezione più Grande
Ma il vero colpo di genio della serie era lui: Tarabas, il Re Oscuro. Interpretato da Kim Rossi Stuart con quegli occhi glaciali e quella presenza scenica devastante, Tarabas era il villain più bello che la televisione italiana avesse mai prodotto.
E poi succedeva l’impensabile: si innamorava. Si redimeva. Diventava umano.
Per chi aveva otto o dieci anni davanti a quello schermo, era forse la prima grande lezione narrativa della propria vita — che i cattivi hanno una storia, che il male non è mai semplice, e che l’amore (quello vero, quello difficile) può trasformare le persone. Roba da Dostoevskij, confezionata con draghi e castelli di cartapesta meravigliosa.
Cinque Stagioni di Magia (e di Lacrime)
La serie andò avanti fino al 1996, cinque capitoli in tutto, con cast variabili e storie sempre più elaborate. Non tutte le stagioni erano allo stesso livello, diciamolo, ma ogni natale, sapere che Fantaghirò sarebbe tornata era una certezza rassicurante, come il pandoro sul tavolo o le lucine sull’abete.
Le scenografie ceche, i costumi sontuosi, le musiche di Amedeo Minghi (chi non ricorda ancora Vattene amore?): tutto contribuiva a creare un’atmosfera unica, sospesa tra fiaba e melodramma, che la televisione italiana non ha mai più saputo replicare davvero. Oggi, nell’era degli algoritmi e delle serie da binge-watching, Fantaghirò sembra lontanissima. Ma basta rivederne anche solo cinque minuti su YouTube per capire perché quella serie ha segnato una generazione intera.
Non era perfetta. Ma era nostra. Era fatta con la convinzione che i bambini meritassero storie vere, emozionanti, capaci di parlare di coraggio, di perdita e di trasformazione senza per questo diventare pesanti o didascaliche. Fantaghirò era la prova che la televisione italiana, quando ci credeva davvero, poteva fare cose straordinarie.
E quella principessa dai capelli rossi, ancora oggi, non smette di galoppare da qualche parte nei nostri ricordi.
