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I Cartoni Animati degli Anni ’90: quando la TV ci ha cresciuti (e un po’ traumatizzati)

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Gli anni ’90 sono stati l’epoca d’oro dei cartoni animati. Non perché fossero perfetti — anzi, spesso erano un miscuglio di assurdità, sigle martellanti e trame incomprensibili — ma perché, semplicemente, erano i nostri.
Altro che educazione civica: siamo stati cresciuti da robot, mostri tascabili, school idol improvvisate, eroi con capelli improbabili, mazzi di carte magiche e gatti parlanti con un forte senso del dovere.

Erano i tempi in cui rientrare a casa da scuola significava una cosa soltanto: posare lo zaino, buttarsi sul divano e NON essere disturbati dalle 16:30 in poi. La merenda era sacra, il telecomando era un’arma diplomatica, e lo zapping tra Italia 1, Rai 2 e Junior TV era una forma primitiva di multitasking.

Sailor Moon: il primo contatto con la trasformazione magica (e con la pazienza)

Sailor Moon è stato per molti il primo approccio all’eroismo… e alla ripetizione ossessiva. Ogni puntata era un rituale: le guerriere combattevano il male, ma prima dovevano trasformarsi, e ci mettevano in media 45 minuti.
Noi non capivamo perché i nemici non approfittassero di quel tempo per scappare o distruggerle, ma ehi, erano gli anni ’90: la logica era opzionale.

In compenso abbiamo imparato lezioni importanti, tipo:

  • il potere dell’amicizia,

  • il valore del coraggio,

  • e che un gatto parlante può tranquillamente gestire una squadra di adolescenti sovraccariche di responsabilità.

Pokémon: quando il vero obiettivo era catturare… merendine durante gli intervalli pubblicitari

Pokémon arrivò improvvisamente, tipo tsunami culturale. All’inizio pensavamo fossero solo mostriciattoli carini; dopo una settimana eravamo tutti esperti di evoluzioni, palestre, mosse speciali e del perché Pikachu dovesse per forza sedere sulla spalla di Ash (nonostante esistessero le Poké Ball… ma dettagli).

La verità è che nessuno ha mai davvero capito come facesse Ash a perdere SEMPRE la Lega Pokémon.
Forse era colpa di come portava il cappello. Forse del Team Rocket, che sbucava più spesso dei vicini quando sentono odore di barbecue.
Ma a noi andava bene così, perché ogni puntata era un’avventura, e ogni mercoledì era una festa.

Dragon Ball Z: il cartone che ci ha insegnato la pazienza

Dragon Ball Z è stata la serie che ci ha educati a un valore fondamentale: l’attesa.
Una singola trasformazione in Super Saiyan poteva richiedere tre episodi.
Un combattimento? Otto.
Il pianeta Namecc? Durato più del medioevo.

E nonostante questo, lo guardavamo religiosamente.
Anzi, se qualcuno osava spoilerare — “Oh, guarda che Freezer non muore!” — rischiava seri problemi diplomatici.

Ma la cosa migliore erano le grida.
Tu alzavi il volume per sentire bene.
Tua madre entrava in camera convinta che stessi avendo un crollo nervoso.
E tu a spiegare che no, era solo Goku che si stava “concentrando”.

I Simpson: il nostro primo contatto con l’umorismo da adulti (pur non capendolo)

Guardavamo I Simpson senza capire davvero metà delle battute, ma non importava: Bart era un mito, Homer una leggenda vivente, e Springfield il luogo più assurdo mai visto.
Paradossalmente, era il cartone più “adulto”, ma noi ci ridevamo lo stesso, convinti che fosse solo buffo.
Anni dopo abbiamo capito che era anche satirico, intelligente e pieno di riferimenti.
Ma negli anni ’90 quello che contava era solo: “Mi chiamo Bart Simpson, chi è lei?”.

Holly & Benji: 10 minuti di azione, 25 di corsa

Holly & Benji era più lungo di un manuale di istruzioni IKEA.
Il campo era infinito, gli episodi eterni, le partite duravano più del Giro d’Italia.
Eppure, eravamo incollati allo schermo.

E poi c’era la cosa più incredibile:
le porte erano grandi come palazzi.
I portieri potevano saltare dall’altra parte del campo.
Gli infortuni sembravano quelli di un film di supereroi.
Era tutto completamente esagerato.
Ma che importa? Era epico.

Le tartarughe Ninja: il trionfo del merchandising

Quattro tartarughe adolescenti, mutate, ninja, amanti della pizza, guidate da un topo.
Se oggi proponessero una premessa così a un produttore televisivo, ti guarderebbe come se stessi provando una nuova droga.

Eppure funzionava.
Funzionava alla grande.
E tutti avevamo un preferito:

  • Leonardo (responsabile),

  • Raffaello (ribelle),

  • Michelangelo (simpatico),

  • Donatello (l’unico davvero utile).

La serie aveva un difetto: ci ha fatto credere che il nunchaku fosse un oggetto semplice da maneggiare. Spoiler: non lo è.

I cartoni della merenda

E poi c’erano loro, i cartoni della fascia pomeridiana “merenda e divano”:

  • Pepper Ann, con il suo mondo a metà tra scuola e fantasia;

  • Ric e Morty ante litteram, cioè Rugrats (i bambini più coraggiosi della storia);

  • DuckTales, sigla earworm che ancora suoniamo mentalmente quando meno ce l’aspettiamo;

  • Inspector Gadget, che ci ha insegnato che anche con 800 accessor…i non risolvi niente se hai un QI di 5;

  • Animaniacs, che non abbiamo mai davvero compreso, ma che amavamo lo stesso;

  • Darkwing Duck, perché ogni generazione merita il suo supereroe buffo.

Ognuno di noi ha una lista diversa, ma tutti abbiamo qualcosa in comune: le sigle.
Cantate a squarciagola, imparate a memoria, considerate opere d’arte.
Se oggi parte per sbaglio la sigla di Ranma o di Pokémon, in tre secondi torniamo bambini.

La verità è che i cartoni degli anni ’90 erano… tutto

Erano divertenti, ingenui, epici, sgangherati.
A volte ti insegnavano cose educative.
Altre volte ti insegnavano cose strane, tipo che puoi lanciare sfere d’energia dal palmo o che un gatto nero potrebbe essere un mentore spirituale.

Ma soprattutto:
ti tenevano compagnia.
Erano il nostro mondo parallelo, la nostra banda di amici immaginari, il nostro appuntamento fisso.

E oggi, rivedendoli da adulti, scopriamo che non sono solo ricordi, ma veri e propri punti fermi della nostra infanzia. Piccoli capitoli di vita, disegnati, animati e accompagnati da qualche jingle indimenticabile.

Gli anni ’90 non sarebbero gli stessi senza i loro cartoni.
E nemmeno noi.

Redazione
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