Se pensi agli anni 90 ti vengono in mente i CD impilati vicino allo stereo, MTV accesa in sottofondo e i pomeriggi passati a premere “rec” sulle cassette per registrare il tuo pezzo preferito. In mezzo a tutto questo frastuono di chitarre grunge, britpop da stadio e pop da classifica, c’era una band diversa da tutte: i Radiohead.
Non urlavano come i Nirvana, non ostentavano ego come gli Oasis, non cercavano di piacere a tutti i costi. I Radiohead ti guardavano dritto negli occhi e ti sussurravano la tua stessa inquietudine. E negli anni 90 questo è stato rivoluzionario.
Dalle aule di scuola a “Creep”: l’inizio di una leggenda (1985–1993)
La storia dei Radiohead inizia a metà anni 80 nei corridoi della Abingdon School, vicino Oxford, quando un gruppo di ragazzi mette su una band chiamata “On a Friday” perché quello è il giorno in cui possono provare. Thom Yorke, Colin e Jonny Greenwood, Ed O’Brien e Phil Selway: cinque facce da studenti qualunque, lontani anni luce dallo stereotipo della rockstar. Suonano, provano, cambiano nome e alla fine, all’inizio dei 90, firmano con una major e diventano Radiohead, ispirandosi a un brano dei Talking Heads.
Nel 1992–93 arriva il singolo destinato a marchiare un’epoca: “Creep”. Un pezzo che in Inghilterra inizialmente non se fila nessuno, ma che esplode nelle radio americane e su MTV, diventando l’inno di chi non si sente abbastanza, di chi si percepisce come “weirdo” in un mondo che chiede solo di essere perfetto.
In piena epoca grunge, mentre Kurt Cobain incarna il disagio urlato, Thom Yorke lo mette in musica in modo più fragile e introverso: chitarre distorte sì, ma al centro c’è una vulnerabilità quasi imbarazzante, nuda. Non è glamour, non è cool. È solo terribilmente vera.
“Pablo Honey”: oltre l’etichetta “quelli di Creep”
“Pablo Honey” esce nel 1993 e porta con sé il peso di un singolo talmente grande da rischiare di schiacciare tutto il resto. Molti lo ricordano solo per “Creep”, ma l’album è una fotografia perfetta del primo Radiohead: un sound figlio dell’indie rock di fine 80 e dei primi 90, tra echi di R.E.M., Pixies e un po’ di scena grunge.
Non è ancora il gruppo sperimentale che tutti celebreranno qualche anno dopo, ma ci sono già i semi dell’inquietudine che esploderà in seguito: testi che parlano di inadeguatezza, relazioni tossiche, identità sfuggente, cantati da una voce che sembra sempre sul punto di spezzarsi.
Per molti ragazzi dei 90, “Pablo Honey” è stato il primo contatto con quel tipo di tristezza lucida che non ti manda a fondo ma ti fa guardare le cose da un’altra prospettiva. È il disco che mette i Radiohead sulla mappa, ma che gli incolla anche un’etichetta difficile da togliersi: “la band di Creep”.
“The Bends”: il risveglio, lontano dai cliché del britpop (1995)
Nel 1995 il mondo è pieno di sorrisi britannici, cori da stadio e ritornelli da cantare al pub: è l’era del britpop. Blur e Oasis si sfidano nelle classifiche, l’Inghilterra sembra al centro dell’universo e il rock torna improvvisamente popolare.
I Radiohead potrebbero cavalcare l’onda, ma scelgono un’altra strada. Esce “The Bends” e il tono cambia: niente inni da stadio, niente autocelebrazione, ma canzoni intense, ricche di malinconia, rabbia trattenuta e una nuova consapevolezza.
Brani come “High and Dry”, “Fake Plastic Trees” e “Street Spirit (Fade Out)” diventano le colonne sonore perfette per chi, nei 90, sente di non riconoscersi né nel cinismo adulto né nell’ottimismo superficiale delle classifiche. Le chitarre sono ancora centrali, ma più liriche, più atmosferiche, con un lavoro armonico che si differenzia nettamente dal britpop degli Oasis o dall’ironia dei Blur.
“The Bends” è il disco in cui i Radiohead smettono di essere “quelli di Creep” e diventano una band con un proprio mondo. Non più una semplice promessa, ma una voce precisa e necessaria in quel caos di chitarre e mode.
Gli anni 90 tra grunge, britpop e alternative: dove si infilano i Radiohead
Per capire davvero il periodo 90s dei Radiohead bisogna guardarli dentro il contesto: da una parte c’è il grunge di Seattle, sporco, distorto, nichilista; dall’altra il britpop, colorato, ironico e orgogliosamente britannico. Nel mezzo, una galassia di alternative rock che cerca vie di fuga dai generi codificati.
I Radiohead non appartengono del tutto a nessuna delle due grandi famiglie. Hanno l’introspezione dolente dei Nirvana, ma senza il muro di suono costante; condividono con il britpop l’origine geografica, ma non la spavalderia né l’immediatezza da coro da stadio.
Sono la terza via: quella dell’ansia esistenziale, delle melodie malinconiche, del rock che guarda già oltre, verso territori più sperimentali. Negli anni 90, mentre molti gruppi si accontentano di definire un suono, i Radiohead stanno già pensando a come distruggerlo e ricostruirlo da zero.
“OK Computer”: l’album che ha cambiato le regole del gioco (1997)
Nel 1997 arriva il disco che, per molti, definisce non solo la carriera dei Radiohead ma l’intero decennio: “OK Computer”. È il momento in cui l’estetica anni 90 più consapevole trova la sua colonna sonora definitiva.
Qui le chitarre non scompaiono, ma si trasformano: diventano texture, paesaggi sonori, architetture emotive. Le canzoni non sono più solo brani da tre-quattro minuti con strofa e ritornello: sono piccoli mondi, costruiti su cambi di atmosfera, strutture meno prevedibili, arrangiamenti ricchi di dettagli.
Tematicamente, “OK Computer” anticipa paure che alla fine dei 90 sono ancora solo un’ombra: alienazione tecnologica, disumanizzazione, solitudine in un mondo sempre più connesso ma sempre meno umano. È il lato oscuro del “millennium bug”, ascoltato in cuffia di notte.
Tracce come “Paranoid Android”, “Karma Police”, “No Surprises” e “Exit Music (For a Film)” diventano instant classic. Non sono solo canzoni: sono piccole profezie. In un momento in cui la maggior parte dei dischi rock parla ancora di storie personali, i Radiohead firmano un concept diffuso su un’intera generazione che si affaccia al futuro con più ansia che entusiasmo.
MTV, VHS e CD: come si vivevano i Radiohead negli anni 90
Ascoltare i Radiohead negli anni 90 non era la stessa cosa che scoprirli oggi in streaming con una playlist pronta. Era un rito.
C’era l’attesa dei video su MTV: l’animazione disturbante di “Paranoid Android”, le immagini ipnotiche e quasi anestetizzate di “No Surprises”, i live sporchi e intensi mandati nei programmi notturni. Se ti piacevano, dovevi aspettarli, registrarli su VHS, riguardarli cento volte.
E poi c’era l’oggetto fisico: il CD o la cassetta, con la copertina che raccontava già qualcosa del mondo della band. La grafica di “OK Computer” sembrava arrivare da un futuro glitchato, da un non-luogo fatto di strade sopraelevate e display digitali fuori controllo. Era un pezzo di immaginario che ti portavi a casa, da sfogliare mentre il disco girava.
Nell’era dei walkman e dei primi Discman, i Radiohead erano il sottofondo perfetto per i viaggi in autobus, i pomeriggi chiusi in camera, le notti insonni a fissare il soffitto. Non erano musica da condividere a tutto volume: erano la colonna sonora dei pensieri che non raccontavi a nessuno.
La fine del decennio: i Radiohead pronti a scappare dal rock (fine 90s)
Alla fine degli anni 90, dopo il tour massacrante di “OK Computer”, la band è stremata. Il successo è enorme, la critica li incorona come salvatori del rock intelligente, ma Thom Yorke è in crisi.
Mentre molti gruppi si sarebbero accontentati di replicare la formula vincente, i Radiohead escogitano la mossa più anti-commerciale possibile: prepararsi a scappare dal rock tradizionale. Le idee che porteranno a “Kid A” iniziano proprio in quel momento, sul finire del decennio, quando il mondo è ancora ubriaco di chitarre ma loro iniziano a flirtare con l’elettronica, il glitch, le atmosfere astratte.
Il periodo 90s dei Radiohead si chiude quindi non come un cerchio perfetto, ma come una porta che si spalanca su qualcos’altro: se i primi anni sono la storia di una band che conquista il proprio spazio nel rock, la fine del decennio è la storia di un gruppo che decide di distruggere quel trono per non restare prigioniero di se stesso.




