Negli anni ’90 le mode non nascevano per durare, nascevano per esistere intensamente e poi sparire senza lasciare spiegazioni, come certe cotte improvvise o certe amicizie estive di cui, dopo settembre, non ricordi nemmeno il cognome. Erano mode che ti prendevano tutto, per qualche mese sembravano inevitabili, ovvie, indispensabili… e poi, all’improvviso, diventavano imbarazzanti. Ma solo dopo.
Il bello è che mentre le vivevi, non avevi alcun dubbio. Non pensavi “questa cosa tra due anni farà ridere”. Pensavi “questa cosa è IL FUTURO”. E lo pensavi con una convinzione disarmante.
Prendiamo gli accessori strani, per esempio. Oggetti che comparivano dal nulla e che, per un periodo limitato ma intensissimo, avevano un senso solo perché ce li avevano tutti. Bastava che un compagno di classe, un presentatore in TV o qualcuno su MTV li mostrasse, ed ecco che diventavano necessari. Non utili, non belli, ma necessari. Se non li avevi, eri fuori. Fuori da cosa, non era chiaro. Ma eri fuori.
Le mode “usa e getta” degli anni ’90 avevano questa caratteristica meravigliosa: non chiedevano coerenza. Potevi cambiare completamente stile nel giro di sei mesi senza sentirti incoerente. Un giorno eri fissato con un certo look, un certo oggetto, una certa mania, e quello dopo lo avevi già sostituito con qualcos’altro di completamente diverso, senza nemmeno salutare il precedente.
E poi c’erano le mode tecnologiche minuscole, quelle cose che promettevano di cambiarti la vita e che invece finivano in un cassetto dopo due settimane. Gadget che facevano una sola cosa, spesso inutile, ma che sembravano incredibilmente avanti. Oggetti che oggi non sapresti nemmeno spiegare perché esistevano, ma che all’epoca ti facevano sentire moderno, aggiornato, al passo coi tempi.
Le mode musicali funzionavano allo stesso modo. Un suono, un ballo, un tormentone esplodeva ovunque, lo sentivi alla radio, in TV, alle feste, e pensavi che non sarebbe mai finito. Poi, senza preavviso, spariva. Nessun annuncio ufficiale. Nessun addio. Solo silenzio. Come se non fosse mai esistito. E tu restavi lì, con una cassetta o un CD che improvvisamente non sapevi più quando mettere.
Anche il linguaggio seguiva lo stesso destino. Parole, espressioni, modi di dire che per un periodo usavi continuamente, convinto di essere spiritoso o attuale, e che oggi non pronunceresti nemmeno sotto tortura. Ma in quel momento erano ovunque, ed era impossibile sottrarsi. Le dicevano tutti, quindi le dicevi anche tu. Punto.
Il segreto delle mode “usa e getta” degli anni ’90 è che non cercavano di essere intelligenti, profonde o sostenibili. Cercavano di essere divertenti. Di rompere la noia. Di creare un codice condiviso, anche se temporaneo. Non dovevano durare, dovevano funzionare adesso.
Ed è per questo che oggi, ripensandoci, non proviamo solo imbarazzo. Proviamo anche affetto. Perché quelle mode raccontano un’epoca in cui non avevamo paura di esagerare, di seguire qualcosa solo perché era lì, di cambiare idea continuamente senza doverci giustificare.
Le mode “usa e getta” degli anni ’90 erano leggere, inutili, spesso assurde.
Ma erano vive.
E, per un po’, lo eravamo anche noi esattamente come loro.




