HomeMusicaBritpop: quando l’Inghilterra conquistò le nostre camerette

Britpop: quando l’Inghilterra conquistò le nostre camerette

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Il Britpop non è mai stato qualcosa che mi sono messo lì a studiare o a catalogare, è arrivato così, quasi per caso, entrando nella mia vita attraverso una radio accesa troppo forte, un videoclip beccato su MTV mentre facevo tutt’altro, una cassetta passata di mano in mano e registrata talmente tante volte da suonare peggio dell’originale, ma forse proprio per questo più vera. Non dovevi capire il Britpop, dovevi semplicemente riconoscerti in quelle voci che sembravano parlare di te senza averti mai incontrato.

Gli Oasis, per esempio, non chiedevano attenzione, se la prendevano. Liam cantava come se avesse sempre ragione, come se ogni frase fosse una verità universale, e Noel scriveva canzoni enormi, piene di sogni sproporzionati rispetto alle nostre vite normali. E mentre le ascoltavi, magari con lo zaino buttato in un angolo e i compiti ancora da fare, ti sentivi improvvisamente più grande, più sicuro, convinto che prima o poi sarebbe successo qualcosa di importante anche a te, senza sapere bene cosa, ma certo che sarebbe arrivato.

I Blur erano l’esatto opposto, ed è per questo che funzionavano così bene. Damon Albarn cantava di cose piccole, di giornate tutte uguali, di personaggi un po’ persi, di situazioni che riconoscevi immediatamente perché erano le tue, solo raccontate meglio, con più ironia e più lucidità. Ascoltarli era come guardarsi allo specchio senza filtri, ridendo un po’ di sé stessi, accettando il fatto che la normalità potesse essere interessante, se qualcuno era capace di raccontarla nel modo giusto.

E poi c’erano i Pulp, che arrivavano sempre con quell’aria da osservatori silenziosi pronti a colpire nel momento più imbarazzante. Jarvis Cocker non aveva bisogno di urlare o di atteggiarsi a rockstar, perché sapeva esattamente dove andare a parare. Cantava di desideri scomodi, di classi sociali, di situazioni che nessuno ammetteva ad alta voce, e lo faceva con una calma quasi spietata, come se stesse semplicemente descrivendo qualcosa di ovvio che però nessuno voleva vedere davvero.

I Suede, invece, sembravano sempre sul filo di qualcosa, tra romanticismo e disagio, tra bellezza e inquietudine. Brett Anderson cantava come se fosse fragile e pericoloso allo stesso tempo, e in quelle canzoni c’era una sensualità strana, mai rassicurante, che ti faceva sentire che anche sentirsi fuori posto, confusi o sbagliati poteva avere una sua eleganza.

La cosa incredibile del Britpop è che, prima ancora delle canzoni, ricordi le voci. Voci imperfette, riconoscibili, umane, che non cercavano di essere perfette ma vere, e che proprio per questo sembravano appartenere a persone reali, non a idoli irraggiungibili. Erano voci che avresti potuto incontrare per strada, magari all’uscita di un pub, e questa vicinanza rendeva tutto più potente.

La famosa rivalità tra Oasis e Blur non era solo una trovata dei giornali, era qualcosa che prendevi sul serio, anche se oggi fa sorridere. Scegliere da che parte stare sembrava dire qualcosa di te, del tuo carattere, di come vedevi il mondo, e anche se in fondo li ascoltavi entrambi, sentivi comunque il bisogno di schierarti, come se fosse una questione di identità. Il Britpop viveva soprattutto nelle camerette, nei poster appesi un po’ storti, nei CD prestati e mai restituiti, nelle cassette che saltavano sempre nello stesso punto. Era la colonna sonora di pomeriggi lunghi, di pensieri confusi, di quella fase della vita in cui stai cercando di capire chi sei senza avere nessuna risposta chiara, ma con la sensazione che, da qualche parte, qualcuno stesse cantando anche per te.

E forse è per questo che, ancora oggi, quando riascolti quelle canzoni, non suonano vecchie. Suonano semplicemente sincere. Il Britpop non voleva essere eterno, non voleva spiegare il mondo, voleva solo raccontare un momento preciso, con tutte le sue contraddizioni. E ogni volta che parte una di quelle canzoni, per un attimo torni lì, a quando tutto era confuso, imperfetto, possibile. E incredibilmente vivo.

Deejay 90
Deejay 90
Sono stato un deejay professionista durante tutti gli anni 90. Parlo di musica e di tutto quello che ci gira intorno!

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